La Città che vorrei

Laboratorio Permanente ATIR
 
IndiceIndice  CalendarioCalendario  FAQFAQ  CercaCerca  Lista UtentiLista Utenti  GruppiGruppi  RegistratiRegistrati  AccediAccedi  

Condividi | 
 

 Da A. Tabucchi, Notturno Indiano.

Andare in basso 
AutoreMessaggio
giovanni



Messaggi : 4
Data d'iscrizione : 26.11.11

MessaggioTitolo: Da A. Tabucchi, Notturno Indiano.   Mer Nov 30, 2011 1:24 am

«Facevo il postino a Filadelfia, a diciott'anni già per le strade con la sacca a tracolla, sempre, tutte le mattine, d'estate quando l'asfalto è una melassa, e d'inverno quando si cade sulla neve ghiacciata. Così per dieci anni, a portare lettere. Tu non sai quante letter ho portato, migliaia. Erano tutti signori, sulle buste. Lettere da ogni parte del mondo: Miami, Parigi, Londra, caracas. Buongiorno signore. Buongiorno signora. Sono il postino».
Alzò il braccio e indicò il gruppo di ragazzi sulla spiaggia. Il sole stava calando e l'acqua sfavillava. Dei pescatori, accanto a noi, preparavano una barca. Erano uomini seminudi con un panno sui lombi. «Qui siamo tutti uguali», disse, «non ci sono signori». Mi guardò ed ebbe un'espressione maliziosa. «Tu sei un signore?».
«Tu che ne dici?».
Mi guardò dubbioso. «Più tardi ti rispondo». Poi indicò le baracchette di foglie di palme che sorgevano alla nostra sinistra, appoggiate alle dune.
«Noi viviamo là, è il nostro villaggio, si chiama Sun». Tirò fuori una scatolina di legno con cartine e miscela e si arrotolò una sigaretta. «Tu fumi?».
«Di solito no», dissi, «ma ora sì, se me ne offri una».
Lui ne preparò una anche per me e disse: «questo fumo è buono, rende allegri, tu sei allegro?».
«Senti», dissi, «mi piaceva la tua storia, continua a raccontare».
«Beh», disse lui, «un giorno camminavo in una strada di Filadelfia, faceva un gran freddo, stavo consegnando la posta, era mattina, la città era piena di neve, è così brutta Filadelfia, percorrevo strade enormi, poi infilai un vicolo lungo e buio, solo una lama di sole che era riuscita a forare la caligine lo illuminava in fondo, io quel vicolo lo conoscevo, ci portavo la posta tutti i giorni, era una strada che finiva contro il muro di cinta di un'officina di automobili. Beh, sai che vidi quel giorno? Prova a indovinare».
«Non ne ho idea», dissi io.
«Prova a indovinare».
«Mi arrendo, è troppo difficile».
«Il mare», disse lui. «Vidi il mare. In fondo al vicolo c'era un bel mare azzurro con le onde increspate di spuma e una spiaggia di sabbia e delle palme. Che ne dici, eh?».
«Curioso», dissi io.
«Il mare io l'avevo visto solo al cinema o sulle cartoline che venivano da Miami o dall'Avana. E quello era un mare identico, un oceano, ma senza nessuno, con la spiaggia deserta. Pensai: hanno portato il mare a Filadelfia. E poi pensai: ho un miraggio, come si legge nei libri. Tu cosa avresti pensato?».
«Le stesse cose», dissi io.
«Già. Ma il mare non può arrivare a Filadelfia. E i miraggi succedono nel deserto, quando c'è il sole a picco e hai una gran sete. E quel giorno faceva un freddo cane, era tutto pieno di neve sporca. Così mi avvicinai pian piano, attratto da quel mare, con la voglia di tuffarmici dentro, anche se faceva freddo, perché quell'azzurro era un invito e le onde scintillavano, il sole le illuminava». Fece una breve pausa e tirò una boccata di fumo. Sorrideva con aria assente e lontana, rivivendo quel giorno. « Era una pittura. Avevano dipinto il mare, quei figli di cane. A Filadelfia a volte lo fanno, è un'idea degli architetti, dipingono sul cemento paesaggi, vallate, boschi e via dicendo, così ti sembra meno di vivere in una città di merda. Ero a due palmi da quel mare sul muro, con la mia sacca a tracolla, in fondo al vicolo il vento faceva mulinello e sotto la sabbia dorata giravano cartacce, foglie secche, un sacchetto di plastica. Spiaggia sporca, a Filadelfia. Lo guardai un momento e pensai: se il mare non va da Tommy, Tommy va dal mare. Che ne dici?».
«Conoscevo un'altra versione», dissi io, «ma il concetto è lo stesso».
Lui rise. «Proprio così», disse, « E allora sai cosa feci? Prova a indovinare».
«Non ne ho idea».
«Prova a indovinare».
«Mi arrendo», dissi, «è troppo difficile».
«Aprii il bidone dell'immondizia e ci depositai la mia sacca. Stai lì buona corrispondenza. Poi andai di corsa alla sede centrale e chiesi di parlare col direttore. Ho bisogno di tre mesi di stipendio anticipato, dissi, mio padre ha una malattia molto grave, è in ospedale, guardi questi certificati medici. Lui disse: prima firma questa dichiarazione. Io la firmai e presi i soldi».
«Ma tuo padre era malato davvero?».
«Certo che lo era, aveva un cancro. Ma tanto moriva ugualmente anche se io restavo a portare la corrispondenza ai signori di Filadelfia».
«È logico», dissi io.
«Portai via solo una cosa», disse lui, «prova a indovinare».
«Davvero troppo difficile, è inutile mi arrendo».
«L'elenco telefonico», disse lui con soddisfazione.
«L'elenco telefonico?».
«Già, l'elenco telefonico di Filadelfia. Fu tutto il mio bagaglio, è quanto mi resta dell'America».
«Perchè?», gli chiesi. La cosa mi stava interessando.
«Scrivo cartoline. Ora sono io che scrivo ai signori di Filadelfia. Cartoline con un bel mare e la spiaggia deserta di Calangute, e dietro ci scrivo: cordiali saluti dal postino Tommy. Sono arrivato alla lettera C. Naturalmente salto i quartieri che non mi intessano e scrivo senza francobollo, la tassa la paga il destinatario».
«Da quanto sei qui?», gli chiesi.
«Quattro anni», disse lui.
«L'elenco telefonico di Filadelfia deve essere lungo».
«Sì», disse lui, «è enorme. Ma tanto non ho fretta, ho tutta la vita».
[A. Tabucchi, Notturno indiano, Sellerio]
Torna in alto Andare in basso
Visualizza il profilo
 
Da A. Tabucchi, Notturno Indiano.
Torna in alto 
Pagina 1 di 1

Permessi di questa sezione del forum:Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum
La Città che vorrei :: Testi :: Testi d'autore :: Dialoghi-
Vai verso: