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 Dialogo Gran Kan vs Polo - Italo Calvino

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ric



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Data d'iscrizione : 24.11.11

MessaggioTitolo: Dialogo Gran Kan vs Polo - Italo Calvino   Dom Nov 27, 2011 2:49 pm

Gran Kan:
Gli altri ambasciatori mi avvertono di carestie, di concussioni, di congiure. E tu? Torni da paesi altrettanto lontani e tutto quello che sai dirmi sono i pensieri che vengono a chi prende il fresco la sera seduto sulla soglia di casa. A che ti serve, allora, tanto viaggiare? Tanto varrebbe che non ti muovessi di qui. D’ora in avanti sarò io a descrivere le città e tu verificherai se esistono e se sono come io le ho pensate. Comincerò a chiederti d’una città a scale, esposta a scirocco, su un golfo a mezzaluna…
Polo:
Sire, eri distratto. Di questa città appunto ti stavo raccontando quando m’hai interrotto.
Gran Kan:
La conosci? Dov’è? Qual è il suo nome?
Polo:
Non ha né nome né luogo. È delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure una paura. Le città, come i sogni, sono costruite di desideri e di paure, anche se il loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra.
Gran Kan:
Io non ho desideri né paure e i miei sogni sono composti o dalla mente o dal caso.
Polo:
Anche le città credono di essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. O la domanda che ti pone, obbligandoti a rispondere.
Gran Kan:
Le tue città non esistono. Forse non sono mai esistite. Per certo non esisteranno più: so bene che il mio impero marcisce come un cadavere nella palude. Perché non mi parli di questo? Perché menti all’imperatore, straniero?
Polo:
Sì, l’impero è malato e, quel che è peggio, cerca di assuefarsi alle sue piaghe. Il fine delle mie esplorazioni è questo: scrutando le tracce di felicità che ancora si intravvedono, ne misuro la penuria. Se vuoi comprendere quanto buio hai intorno, devi aguzzare lo sguardo sulle fioche luci lontane.
Gran Kan:
Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale futuro ci spingono i venti.
Polo:
Non saprei tracciare una rotta sulla carta né fissare la data dell’approdo. Alle volte mi basta un affiorare di luci nella nebbia o il dialogo di due passanti che si incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t’ho detto.
Gran Kan:
Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
Polo:
L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. E far nascere così la città che vorrei.
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