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 Italo Calvino, le città invisibili

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valep



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MessaggioTitolo: Italo Calvino, le città invisibili   Dom Nov 27, 2011 9:59 am

(Marco entra in una città; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell’uomo ora avrebbe potuto esserci lui. Se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell’uomo in quella piazza. Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino ad un'altra città dove lo aspetta un altro suo passato o qualcosa che era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono rami del passato. Rami secchi.)

KAN: Viaggi per riviere il tuo passato? Viaggi per ritrovare il futuro?-
POLO: L’altrove è uno specchio in negativo che il viaggiatore riconosce il poco che è suo scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.
[…]
KAN: D’ora in avanti sarò io a descrivere le città. Tu nei tuoi viaggi verificherai se esistono.
KUBLAI: Eppure io ho costruito nella mia mente un modello di città da cui dedurre tutte le città possibili. Esso racchiude tutto quello che risponde alla norma. Siccome le città che esistono s’allontanano in vario grado dalla norma, mi basta prevedere le eccezioni alla norma e calcolarne le combinazioni più probabili.
POLO: Anche io ho pensato un modello di città da cui deduco tutte le altre. È una città fatta solo di eccezioni, preclusioni, contraddizioni, incongruenze, controsensi. Se una città così è quanto c’è di più improbabile, diminuendo un numero degli elementi abnormi si accrescono le provabilità che la città ci sia veramente. Dunque basta che io sottragga eccezioni al mio modello e in qualsiasi ordine proceda arriverò a trovarmi davanti ad una delle città che , pure sempre in via di eccezione, esistono. Ma non posso spingere la mia operazione oltre un certo limite: otterrei delle città troppo verosimili per essere vere.
[…]
POLO: Forse questo giardino affaccia le sue terrazze solo sul lago della nostra mente
KUBLAI: E per lontano che ci portino le nostre travagliate imprese di condottieri e di mercanti, entrambi custodiamo dentro di noi quest’ombra silenziosa, questa conversazione pausata, questa sera sempre eguale.
POLO: A meno che non si dia l’ipotesi opposta: che quelli che s’arrabattano negli accampamenti e nei porti esistano solo perché li pensiamo noi due, chiusi tra queste siepi di bambù, immobili da sempre.
KUBLAI: Che non esistano la fatica, gli urli le piaghe, il puzzo ma solo questa pianta di azalea.
POLO: Che i portatori , gli spaccapietre, gli spazzini, le cuoche che puliscono le interiora dei polli, le lavandaie chine sulla pietra, le madri di famiglia che rimestano il riso allattando i neonati, esistano solo perché noi li pensiamo.
KUBLAI: A dire il vero io non li penso mai.
POLO: Allora non esistono.
KUBLAI: Questa non mi pare una congettura che ci convenga. Senza di loro mai potremmo restare a dondolarci imbozzoliti nelle nostre amache.
POLO: L’ipotesi è da escludere allora. Dunque sarà vera l’altra: che ci siamo loro e non noi.
KUBLAI: Abbiamo dimostrato che se noi ci fossimo, non ci saremmo.
Eccoci qui, difatti.
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