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 monologo - Prossima fermata

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Fede

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MessaggioTitolo: monologo - Prossima fermata   Gio Dic 01, 2011 6:00 pm

‎" E' infinitamente meglio essere completamente persi e saperlo, che essere convinti di essere là dove non si è affatto" Jean Dominique Cassini

Eppure credevo di esserci arrivata. Viaggio da sola da ore, da giorni ormai. Ho perso il conto degli incroci imboccati per caso e dei vicoli bui in cui correvo per paura.
Sono stata a Napoli, a cavalcioni sulla scogliera di Mergellina, a guardare il mare d'inverno, nero blu. Col vento in faccia che profumava di sale e di pesce, fresco.
C'era un pescatore solo, incastonato in un piccolo quadrato di pietre, con l'attenzione di chi sa che cosa fa e se ne innamora, di quel fare, assorto...
Ed io lo sentivo che non era la mia terra, quella, avrei voluto... perfino i cefali nel secchio d'alluminio, mi guardavano come fossi straniera. Mi sentivo, aerea e incostante, come quel pezzo di giornale stropicciato che ora si posava sulla sabbia e poi saliva a mulinelli sopra il filo dell'acqua e ricadeva giù, zuppo, disfatto.
Avevo freddo, nonostante al sud l'aria sia più mite. Ho scavallato le cosce e sono andata via.
Nel vagone c'è una vaga puzza di petrolio e di fronte a me una donna grassa che ad ogni morso del panino variegato fa cadere gruppetti di briciole e saliva. Mi giro. Il vento muove oggetti inanimati, fa danzare le tende e tremolare gli aghi dei pini, al di qua del vetro, invece, tutto è fermo e tiepido.
Roma era troppo bella per essere mia. Mi sentivo un'amante gelosa e dagli sguardi possessivi. L'ho abbandonata per paura di una delusione, prima che gli squarci di cielo azzurro limpido perdessero un po' del mio stupore e che l'agguato di una fontana antica o di una piazza dalle geometrie perfette avesse un minore impatto sul mio cuore commosso.
Viaggio spesso in prima classe, perché ho un biglietto per viaggi illimitati e il ricordo di un padre ferroviere che da bambina mi portava alla stazione per farmi addormentare: il rumore continuo e ferroso conciliava il mio sonno ancora intatto. In prima classe nessuno ti rivolge la parola e i panini non hanno le briciole.
Quante volte ho scelto di scendere qui, a questa fermata. Credevo di essere in un posto e invece capitavo altrove, ritornavo in quei luoghi con maniacale curiosità, nonostante li avessi odiati più d'una volta e maledetti.
Milano era timida, in quel pomeriggio che stava per finire. Si ricopriva di nebbia come una sposa fredda di paura, per non lasciarsi incontrare. L'ho osservata dalle fessure di una tapparella verde marcio, accanto a un uomo che conoscevo poco, in una casa che non conoscevo affatto. Molto probabilmente la notte abbiamo fatto l'amore. Lui è bello, ha i tratti marmorei, in penombra, delle statue di piazza del Duomo.
Vedo la linea curva di una schiena giovane, il lenzuolo chiaro che segue le piccole dune del corpo dalla schiena in giù, la tapparella verde marcio, un lampione a metà, qualche auto parcheggiata grigia nera blu e l'insegna di un ristorante cinese - fritto misto. Milano ha uno strano pudore che mi appartiene, un pudore che non disdegna il piacere. Ma qui un senso di tristezza mi cola lungo la gola. Sulla metro qualche sguardo invadente mi turba, vorrei essere altrove...
Salto, con un borsone a tracolla che quasi mi strozza: prendere il treno al volo è così...esaltante? Mi piace, mi fa sentire come l'eroina di un western! Calamity Jane, Belle Starr, Cattle Kate, Lola Montez... «Qualsiasi cosa Lola voglia, la ottiene».
I vagoni sono pieni, i corridoi gremiti a loro volta, il caldo sale, l'entusiasmo sfuma in fretta.
Mi lascio cadere a peso morto sul borsone nero ruvido, lo schiaccio e mi vendico.
Ad ogni fermata la porta si apre con un forte “sbang” - freddo freddo freddo. Si richiude.
Afa, puzza, due uomini enormi che mi respirano addosso, ed io in basso, accoccolata sul borsone, non posso farci niente. Immagine lampo del presepe: il bue, l'asinello, il Bambino Gesù.
È questa la mia città? È qui che devo restare? Sì, mi dicono. Per quanto tempo? A lungo, se si annoia in fretta. E in effetti, a Udine, la noia, può coglierti di sorpresa. Essendo piccolina, la città, non si sforza per trovarti... la noia.
Ma d'inverno c'è un profumo nell'aria che vorresti berla. Le anatre a bagno nella roggia, starnazzano goffe e non ti fanno dormire. Così le strade di sampietrini ti invitano a passeggiate solitarie e dondolanti. Sulla destra la Loggia del Lionello brilla di un particolare rosa arancio e a sinistra, dietro la Torre dell'Orologio, fa capolino un vecchio castello che domina il colle. I mori battono le ore e confondono i loro corpi di rame col verde sempreverde degli abeti sparsi. Tra poco pioverà. Piove spesso, anche se c'è il sole. E se c'è sagra, di frico, polenta e vino doc, i mercanti bestemmiano mentre tentano di coprire gli stands. Ma la pioggia non è sporca, è pioggia di sorgente, l'aria è di festa e mentre un ubriaco beve birra annacquata, la folle del paese fa il bagno vestita, nel rigagnolo d'aqua: si aggrappa alla ringhiera arruginita e lascia andare le gambe avvolte di lana, nella corrente...splash!
Me ne vado un giorno in cui tutto è coperto di neve. La piazza è un deserto bianco. I piedi nelle scarpe, rossi di freddo. Il treno è quasi vuoto. È mio: un intero scompartimento. Tiro le tendine e accosto le porte a vetro. Osservo un piccolo tramonto di collina, dal finestrino opaco e il silenzio è così denso e diffuso che non so se mi viene da ridere o da piangere.
Resto così, a lungo, senza smettere di osservare le immagini cinetiche -confuse, finché tutto è buio e inizi a vedere solo il riflesso del tuo volto, sul finestrino.
Ci sono solo io... e un treno che va, non so dove.
La mia stanza da bambina era poco più grande di così, di un vagone di treno. Sarà per questo che mi sento quasi a casa. Affondo la testa nella sciarpa - cuscino, in una posizione degna di un contorsionista. “Avvisiamo i signori viaggiatori che tra pochi minuti sarà attivo il servizio di ristorazione...” Viaggio da sola da ore ormai. Credevo di averla trovata, la mia città, quella dove resti tutta la vita, quella che comunque ti aspetta, magari un po' cambiata, ma non troppo. “Siamo in arrivo alla stazione di...” Anche il nome è importante, lo senti subito se non fa per te. Voglio dire: “Codroipo” oppure “Pannoccia” o... “Casalpusterlengo”... mai piaciuti. “Il treno effettuerà fermate intermedie nelle stazioni di...” Vorrei scendere in un posto dove l'aria di Napoli si fa gelida a tratti e diventa del nord, dove la neve scende sul pescatore d'anguille e le bancarelle profumate di incensi indiani sfilano su gondole - noir. “È severamente vietato, scendere dal treno, fino a quando non sia completamente fermo” - Fermarmi in una piazza vuota e se mi va, riempirla di gente che viene, che va, ogni tanto resta. “I signori viaggiatori sono pregati di non ...” Pregherei per avere conversazioni calorose spagnole in ristoranti freddi lucidi e specchiarmi in un lago svizzero, mentre un africano mi da un bacio alla francese, sotto un olivo del Perù.
“Prossima fermata...” - che faccio? -“...Termine corsa del treno”- Scendo?
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