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 Coriolano, atto III, scena III (W. Shakespeare)

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mailan



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MessaggioTitolo: Coriolano, atto III, scena III (W. Shakespeare)   Mer Nov 30, 2011 10:04 pm

COROLIANO: Vorrei che fossero barbari, come sono anche se figliati in Roma, e non romani, come non sono per niente anche se partoriti sotto il portico del Campidoglio.
(entrano Bruto e Sincino con la folla dietro)
SINCINO: Dov’è la vipera che vorrebbe spopolare Roma ed essere lui solo il mondo intero? Sarà gettato dalla rupe di Tarpea senza pietà! S’è opposto alla legge, e perciò la legge gli nega ogni altro giudizio fuorché quello di tutto il popolo, che lui ha sempre disprezzato.
I POPOLANO: Capirà così che i nostri nobili tribuni sono la bocca, e non le loro mani!
POPOLANI: Certo che lo capirà! Morte… morte …
VOLUMNIA: Ora tu devi parlare al popolo, e non secondo quello che pensi, né come ti porge il cuore, ma con parole piantate sulla tua lingua come bastarde: sillabe che non dicono nulla della verità che hai dentro. E devi convincerti che questo non ti porta nessun disonore più che il prendere con belle parole una città, che altrimenti richiederebbe metter a prova la fortuna e rischiare tanto più sangue. Per parte mia sarei pronta a nascondere del tutto quella che sono, se la sorte di me stessa e dei miei amici fosse in gioco e l’onore me lo chiedesse. Ebbene, eccoci proprio in quella condizione: io, tua moglie, tuo figlio, questi senatori, i patrizi tutti. E tu preferisci mostrare alla plebaglia le sopracciglia aggrottate piuttosto che buttar là un sorriso capace di assicurati il loro favore, salvando ciò che proprio la mancanza di quel favore, può distruggere. Figlio mio come hai sempre detto che i miei elogi t’han fatto soldato prima, così ora, ti prego, fa di tutto per meritarli, accettando questa parte del tutto nuova per te.
CORIOLANO: Dunque devo farla? Mia natura, vattene! E s’impossessi di me lo spirito d’una puttana! La mia voce da guerriero, che s’accompagna così bene al tamburo diventi un cinguettio sottile come quello d’un eunuco, o il sussurro d’una ragazzetta che ninna un poppante! Mi si pianti sulle guance il sorriso farabutto i miei occhi si gonfino di lacrimucce da scolaro, e la lingua d’un mendicante venga qui, a tremare fra le mie labbra! No … no … no! Perché non riuscirò mai a buttar via l’omaggio che ho sempre reso alla mia sincerità, con due balzi da saltimbanco insegnare alla mia anima una bassezza da non potersi più cancellare.
VOLUMNIA: Come vuoi. Pregar te è per me più vergogna che pregare quelli la. Vada pur tutto in rovina. Tua madre del resto preferisce sentire la spina del tuo orgoglio che temere la tua pericolosa ostinazione: perché io so ridermi della morte quanto te. Fa come vuoi dunque: il tuo coraggio è mio, l’hai succhiato da me; ma il tuo orgoglio no, è tutto tuo.
CORIOLANO: Mamma, no; ti prego, non inquietarti … vado al foro. Non dovrai più rimproverarmi … ruberò il loro affetto imbrogliando. Tornerò a casa amato da tutti gli operai di Roma ….
POPOLANI: Traditore … traditore!
CORIOLANO: Sporco branco di cani! Io odio il vostro fiato come l’aria della palude infetta e apprezzo il vostro favore quanto una carogna insepolta che mi appesti l’aria. Io, bandisco voi! Restatevene qui in compagnia della vostra incostanza. Che ogni più piccolo rumore vi faccia tremare, e che piombate nella disperazione anche solo vedendo di lontano agitarsi le piume sul capo dei vostri nemici! Conservatelo, questo potere di bandire i vostri difensori: finché la vostra ignoranza – che per capire deve prima provare – non risparmiando neppur voi, eterni nemici di voi stessi, vi consegni, come i più abietti dei prigionieri, a qualche nazione prenda senza colpo ferire! Per questa causa vostra io disprezzo la mia città e le volto le spalle: c’è un mondo intero, fuori di qui.
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